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Danza orientale Approfondimento sugli stili della Danza Orientale

Approfondimento sugli stili della Danza Orientale

Ci sono diverse e molteplici versioni sull’origine della danza orientale, ma sicuramente la danza che oggi conosciamo non è quella originale. La sua storia, ancora avvolta nel mistero, richiederebbe un libro intero e già diversi libri sono stati scritti sull’argomento perciò, in questo breve estratto, si parlerà solo della sua storia “moderna” e dei stili di danza egiziana ancora attualmente esistenti. Si parlerà unicamente della danza egiziana, non perché la consideriamo la migliore, ma perché è proprio in Egitto e al Cairo, metropoli per eccellenza del rinascimento culturale del mondo arabo-islamico, che avvengono quelle metamorfosi che hanno dato vita a quella che noi oggi conosciamo come  “danza orientale”.

 

danza dell’Almée di Jean Gerome

Nel libro “Le danze orientali” dell’autrice Jivan Parvani (Sonia Lorenzon) si parla della danza a partire dal XIX° sec., con una sintesi attenta delle importanti dinamiche socio-politiche che hanno contribuito all’evoluzione di questa arte millenaria, trasformandola nella danza orientale dei nostri giorni.

DANZA DEL VENTRE

Nella seconda metà dell’800 il termine danza del Ventre è il modo enerico in cui gli occidentali chiamavano qualsiasi tipo di danza araba che prevedeva i movimenti del bacino, senza distinzione di stile o di particolarità geografiche. Un termine che abbracciava tutto il mondo arabo e sottolineava la cosa che più stupiva gli occidentali: l’orgoglio di esporre e muovere il bacino!

Danze arabe tradizionali     —›     Danza del Ventre (in Europa e America)

XX° sec. nasce la RAQS SHARQI o Danza orientale  

All’inizio del ‘900, dopo l’apertura del canale di Suez, l’Egitto fu invaso da un nuovo tipo di turisti; non più gli artisti romantici dell’800, ma un nuovo tipo di turisti che voleva “consumare” l’Egitto in fretta e furia. Questa nuova forma di turismo esasperò la frattura, che già si era creata con l’apertura dei malha, all’interno della danza: da una parte le almée e le ghawazi continuavano ad esibirsi secondo la tradizione e dall’altra la nuova forma di spettacolo professionale: la Raqs Sharqi.
Negli anni ’30  il percorso artistico delle almée (danzatrici urbane né ghawazi né awalim) si biforca in due direzione: da una parte diventa Raqs Sharqi e dall’altra Raqs Beledi. Le almèe continuarono ad esibirsi, ma ormai il loro pubblico apparteneva alle classi medio-basse (beledi), mentre i ricchi preferivano invitare le belly-dancer per le loro feste.

Danza delle almée  —›  Raqs Sharqi (ora sinonimo di Danza del Ventre)    

Danza delle almée   +   Danza Folk   —›  Raqs Beledi 

Le nuove almée, fedeli alla tradizione popolare, crearono lo stile che oggi è chiamato Beledi, di cui parleremo nel capitolo ad esso dedicato.

 

Negli anni ’30 Badia Masabni aprì, al Cairo, la sua sala (locale di stile europeo) che divenne, in poco tempo, uno dei luoghi più alla moda della capitale e una sorta di università delle arti. Maestri russi furono invitati in Egitto per la formazione artistica delle nuove danzatrici; così la danza delle almée entra in metamorfosi e si arricchisce di elementi provenienti dalla danza classica. Fu in questo locale che debuttarono Tahia Carioca (1937) e Samia Gamal (1940), le grandi dive che hanno scritto la storia dell’assolo femminile, insieme a Naima Akef (che seguirà un diverso percorso) con i suoi aspetti tecnici e artistici, basati sull’improvvisazione, l’abilità e la creatività personale piuttosto che su coreografie di gruppo precise: il loro stile è ancora molto pulito (beledi) e in armonia con un uso del corpo femminile che enfatizza la sensualità, ma non è mai volgare.
Queste grandi dive “inventarono” letteralmente un nuovo stile, arricchito dall’esperienza fatta con le danze occidentali e con le altre danze arabe (danza tunisina ad esempio), ma continuarono a incarna lo spirito profondo della danza egiziana.

 

Danza delle almée + fusione con altre danze  —› Raqs Sharqi

 

Lo Sharqi nasce, quindi, dall’incontro della danza tradizionale delle almée con la danza classica e le danze del varietà occidentale. L’enorme successo di queste prime danzatrici è dovuto proprio alla “modernizzazione” della danza con l’uso di elementi culturali e artistici stranieri, che gli permise di creare un repertorio originale ed elaborato, di occupare lo spazio scenico con nuovi passi di spostamento, quali (vedere passi fondamentali) lo chassè e il déboulé. Adottando l’arabesques, le pirouettes, e i port de bras emerse una nuova linea estetica ed energetica.

Per aderire al canone occidentale della leggerezza e dell’eleganza, attenuando così la natura “terrena” e la pesantezza della danza tradizionale, cominciarono a danzare sulle mezze punte e a diminuire la mole della danzatrice.
Il termine Danza del Ventre è ora sinonimo della Raqs Sharqi o danza solista esercitata nei locali chiusi, con forti connotazioni di seduzione.
Sarà soprattutto Samia Gamal, danzatrice e attrice, a farsi portavoce di questo nuovo stile e a introdurre il velo, per dare più mistero alla danza e per materializzare l’immagine esotica creata dagli Orientalisti.

 

 DANZA FOLK

La danza Folk, esuberante e potente, è lo stile più antico e popolare. È una danza semplice e spontanea, accessibile e praticata da tutti fin dalla più tenera età … qui non si parla più di una danza da professionisti, perché è l’insieme della popolazione che vi partecipa spontaneamente. Queste danze hanno, quindi, un valore funzionale e collettivo e accompagnano ogni momento della vita dalla culla alla tomba. Attraverso di esse la comunità rinnova i suoi legami; nella danza, infatti, la vita sembra ritornare al suo potente e vibrante ritmo primordiale.
Molte di queste danze tradizionali sono leggermente cambiate nel corso dei secoli ma la forza corrosiva della modernità non ha inaridito la loro essenza. In Egitto la musica e la danza Sha’abi, che significa “del popolo”, sono le più semplici espressioni popolari, di provenienza rurale.

Ricordiamo che tutto il popolo danza, ma sono le famiglie di professionisti ad esibirsi in pubblico ed è di questi che scriviamo.

Nello Sha’abi si possono distinguere diversi tipi di musiche e danze caratteristiche delle diverse regioni, fra queste il Sai’di (dell’Alto Egitto), é l’espressione musicale più popolare cui si collega la danza orientale. La musica Sai’idi é particolarmente forte, notevole per la sua complessità e la ricchezza della struttura ritmica. I Musicisti del Nilo sono il gruppo più rappresentativo di questa tradizione arcaica, forse già esistente nell’Antico Egitto, che con i suoi suoni gravi e quasi stridenti ci riporta indietro nei millenni.

I mawwals, canti o poemi epici improvvisati in dialetto con espressioni di lamento, il ritmo incisivo della tabla, i suoni melanconici dell’arghool e della rebaba, il suono penetrante del mizmar…  tutto porta a ricreare la scena di una festa di villaggio, animata dalla danza delle ghawazi, che interpretavano la musica con esuberanza e focosità.

Ghawazi del Cairo, una spedizione danese in Egitto nel 1762

Le ghawazi (zingare egiziane) danzavano in gruppi di due, tre o quattro improvvisando o seguendo delle coreografie più o meno prefissate. Una volta era  ritenuto un onore per la famiglia assumere  delle Ghawazi per le feste ed era visto come un segno di buon auspicio. Nell’Alto Egitto erano molto richieste e danzavano per tutta la notte, su un alto palco di legno costruito fuori della casa apposta per l’occasione.

 Le ultime ghawazi, le Mazin di Luxor, si sono ritirate dalla professione e sono letteralmente scomparse negli anni ‘90: soffocate dai divieti di esibirsi pubblicamente ai matrimoni e alle feste private, soffocate dalle tasse, perseguitate dalla polizia e dalle… danzatrici del ventre, che le hanno soppiantate.

 

 

Per una storia più dettagliata vedere il capitolo “Storia della danza e degli stili” pag. 114 – 146 del libro dell’autrice

 

DANZA BELEDI

Il termine Beledi viene usato per definire tutto ciò che è popolare, genuino, tradizionale e che proviene dal cuore. Beledi significa perciò “nativo” o “appartenente al paese” facendo riferimento sia alle radici culturali rurali, sia alla qualità di contatto con la terra, il “grounding” della danza e della musica. Rappresenta però anche uno stile di  danza  popolare, ma urbana.
Dal 1882 al 1922 l’Egitto, sotto il protettorato britannico, vive grandi trasformazioni economiche e sociali. Grandi migrazioni interne portano la popolazione rurale verso le città, alla ricerca di lavoro e di condizioni di vita meno dure. Il beledi emerge in questo periodo di grandi cambiamenti, ai margini delle città egiziane, ma trae la sua linfa vitale dai vecchi ritmi, dalle danze e dalle canzoni folcloristiche, retaggio dei nuovi arrivati.
Il cuore poetico degli arabi gode nell’esaltare i sentimenti quali la nostalgia e l’amore, anche la danzatrice ora traduce in gesti questi sentimenti (secondo la formula e = e). La danza beledi è piena di pathos, di struggimenti e di nostalgie, ma anche di quella gioia che si ritrova dopo aver assaporato il dubbio, quando ci si lascia andare e si ritorna ad essere donne semplici, capaci di donare o, meglio emanare, energia di amore, di calma e di gioia.  
Nelle città del XX° sec., esaltate dal rinnovamento, fra il popolo serpeggiava il “Jazz” e altri idiomi popolari come il “rhythm and blues”, che influenzarono da vicino l’evoluzione del beledi. Questi idiomi suggerivano nuovi mezzi espressivi e la musica popolare egiziane si rinnova al contatto con la musica Occidentale e ne trae nuova vitalità; tuttavia questa nuova forma di arte popolare rimane completamente egiziana nella struttura e nel carattere. Nuovi strumenti musicale vengono inglobati nell’orchestra beledi. Insieme ad alcuni strumenti tradizionali quali il Duff (tamburo a cornice), il Mazhar (tamburo a cornice con cimbali metallici), il Nay (flauto di bambù) divennero parte dell’orchestra la Darabukka (tamburo a clessidra), la tastiera e più recentemente la fisarmonica (forse il più beledi degli strumenti, per la sua natura “terrena”), il sassofono, il clarinetto e la tromba. Questa nuova combinazioni di strumenti si rivelata capace di creare il forte pathos, che rispecchiava il cuore pulsante del momento, e apre nuove possibilità espressive nella musica e nella danza, stimolando la nascita di nuove melodie e motivi, nonché di nuovi repertori di danza.
Dapprima diretto solo alla classe lavoratrice, ben presto il Beledi oltrepassa le barriere sociali, poiché mentre esprimeva l’intera gamma degli stati d’animo e umori personali, li trascendeva per rifarsi alla comune esperienza dei nuovi cambiamenti. Il nuovo già accendeva, nei primi del ‘900,  negli animi la nostalgia per la semplicità del passato, che cominciava ad essere idealizzato, dalla consapevolezza dell’irreversibilità della modernizzazione.

Il virtuosismo solista...

L’improvvisazione assume un nuovo volto: improvvisano a turno i diversi strumenti, esaltandosi in un virtuosismo che esplora tutte le sfumature di una singola nota o maqam, su di uno stesso schema ritmico; improvvisano le danzatrici (sempre all’interno di una trama o schema) per poter esprimere meglio l’emozione del momento. Si danza da sole e libere dalle coreografie (a cui si è legati con il gruppo): lo strumento musicale chiama e la danzatrice risponde… permettendosi di cavalcare l’onda del momento. Ad un certo punto musicisti e danzatrice diventano una cosa sola, i movimenti della danzatrice ispirano i musicisti e i musicisti guidano i suoi passi… in un colloquio continuo e stimolante. Questa è l’anima del beledi.

… e la semplicità del gruppo

Le almée incarnavano l’anima del popolo, il suo bisogno di tradizione e la sua gioia di vivere, attraverso canzoni improvvisate e danze, che raccontavano le gioie e le pene della vita quotidiana. Danzavano sul “posto” con i piedi fermi: questo profondo dialogo con la terra conferiva, alla loro danza, una certa pesantezza e una dimensione molto “terrena”, ma i bellissimi movimenti delle braccia e delle mani le conferivano un carattere molto colto.
Danzatrici e compositori di musica “pionieri” continuarono a raffinare gli elementi fondamentali del Beledi: le  eccellenti tecniche, le improvvisazioni e le rispondenze, con un delicato equilibrio fra controllo e abbandono riescono a corporeizzare una vasta gamma di emozioni, che vanno dalla celebrazione, al brio e alla giocosità tanto quanto il profondo dolore.
Gradualmente anche loro, come le danzatrici sharqi, cominciarono ad esplorare lo spazio e a muoversi con piccoli passi, creando nuove combinazioni coreografiche. Il repertorio comprende danze in cui giocano con degli oggetti come la melaya, il bastone o il candelabro.
In questo stile si possono incarnare diverse figure archetipiche femminili: la Dall’ua (donna di piacere), la Fellaha (donna di campagna), la Ma’alimah (donna-boss), la Alma (donna saggia o colta) e la Ya Walla o la Ya Wadd (maschiaccio). Ogni archetipo é associato ad una varietà d’espressioni che vanno dal gentile ed introspettivo al forte ed aggressivo.
… verso la fine degli anni ’50 – ’60 questa nuova ondata di danza popolare si è eclissata e quasi tutti i musicisti e le danzatrice, spinti dalla necessità, sono stati assorbiti nel circuito dei cabaret o dei night-club.
Fifi Abdou è una delle ultime danzatrici cresciuta alla scuola degli artisti dell’ormai dimenticata Mohammed Alì Street e nella sua danza si può riconoscere lo stile del beledi tradizionale.

  

Brevi estratti degli articoli sono scritti da Parvani (Sonia Lorenzon) per il libro “Danze Orientali”. Il libro, pubblicato nel marzo 2006, è stato scritto con la collaborazione di Maria Rita Gandra e Maya Gaorry ed è stato approvato dalla FIPD (Federazione Italiana Professionisti della Danza) come testo di Formazione. 

 

Bibliografia essenziale
Karin van Nieuwkerk  “A trade like another” Female Singers and Dancers in Egypt - University of Texas Press, 1995
Christian Poché  “ La danza nel mondo arabo” l’eredità delle almée – Harmattan Italia, 2000
Wendy Buonaventura “Il serpente e la sfinge” – Lyra libri, 1986

Estratti di articoli trovati su Internet

Giovanni Canova, Edwina Nearing e Wendy Buonaventura articoli sulle Ghawazi
Amnon Shiloah « Reflexions sur la dance artistique musulmane au moyen age », 1962
Presse D’Avennes « Petits Mèmoires secrets sur la cour d’Egypte suivis d’une étude sur les Almées », 1930
Iris J. Stewart « Sacred Woman, Sacred Dance » - Rochester, Vermont, 2000



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